Quel femminismo impuro

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This article was first published in Political Critique

Marta Cillero

Etichettare il femminismo come “buono” o “cattivo” è controproducente e non permette l’avanzamento di azioni collettive che producano un cambiamento reale con un effetto durevole.

 
 @Badgalriri / Instagram official account / 2017 JAN 22

 

Nel suo articolo The Failure of “Choice Feminism” (Il fallimento del “femminismo di scelta”) per Jacobin Magazine, Amelia Ayrelan Iuvino sostiene che sia il momento del femminismo nella cultura pop: “molte celebrità suscitano scalpore nel loro identificarsi con una parola che fino a un decennio fa era molto più facilmente usata come insulto nella conversazione mainstream che non altro. Allo stesso modo prodotti molto diffusi come gli assorbenti vengono venduti alle donne millennials dietro l’etichetta dell’“empowerment””.

Iuvino ci racconta che durante una passeggiata domenicale a Brooklyn il suo sguardo è caduto su non meno di 3 t-shirt a stampa “The future is female” nascoste sotto giacche di jeans. E sebbene si debbano riconoscere le contraddizioni e le ambivalenze causate dall’uso commerciale del femminismo, è anche importante riconoscere l’impatto e la penetrazione reale che questo ha in alcuni settori della società, e celebrare l’irruzione del femminismo nei contesti e nei discorsi dominanti.

E’ forse possibile che artiste come Rihanna, Emma Watson o Beyoncé siano un mezzo con un potenziale maggiore rispetto a Judith Butler o Luce Irigaray nella lotta al patriarcato?

Questa conversazione torna a farsi sentire quasi come un deja vu del 2014, quando Beyoncé si esibì di fronte a una enorme installazione luminosa della parola “Feminist” agli MTV Video Music Awards. Fu un momento importante per milioni di donne in ogni angolo del mondo che si identificarono con un messaggio di forza, autostima e determinazione abbracciato apertamente da Beyoncé, e direttamente connesso con la parola alle sue spalle.

Beyonce performing at the VMAs / 2014

 

Da quel momento è stato interessante leggere e ascoltare il dibattito su se fosse possibile o meno chiamare Beyoncé una “vera femminista”. Potremmo chiederci, ad esempio, se Beyoncé abbia letto tutto quello che serve aver letto per essere una “buona femminista”, o se abbia un interesse economico nel definirsi dietro la parolina con la F. La realtà è che nel nostro arduo compito quotidiano, in quanto femministe, di passare il nostro messaggio a tutti, specialmente alle donne che non si sentono rappresentate dal femminismo, Beyoncé è prima di tutto un’alleata. Discutere sulla purezza del suo femminismo è completamente irrilevante. Piuttosto, sarebbe importante riconoscere il ruolo che gioca ogni qualvolta che crea un immaginario collettivo, porta a galla questioni femministe in contesti inaspettati, parla di relazioni, empowerment e razza nelle proprie canzoni, mira alle questioni sociali e politiche che affliggono intere comunità che non sarebbero raggiungibili con altri mezzi.

Artiste come Beyoncé stanno introducendo e normalizzando il femminismo in nuovi contesti mai raggiunti prima. Etichettare il femminismo come “buono” o “cattivo” è controproducente e non permette l’avanzamento di azioni collettive che producano un cambiamento reale con un effetto durevole per le donne e per la maggior parte della società. In un recente articolo redatto per “The New Yorker” Jia Tolentino ha diviso e classificato in due categorie opposte le principali discussioni contro il femminismo contemporaneo:

“O il femminismo è diventato una ideologia eccessivamente rigorosa, oppure si è assottigliato a tal punto da diventare inutile. Da un lato, si colloca ad esempio Kellyanne Conway che, nel suo apparente disprezzo per le parole che denotano principi, si è etichettata come “post-femminista”. Dal lato opposto si collocano studiose come Jessa Crispin, che crede che incentivare il femminismo a diventare universalmente appetibile ha negato il significato di ideologia di grande rilievo”.

L’apertura dell’articolo suggerisce che le donne (e il femminismo) abbiano infiniti modi per fallire, come se esistessero buoni e cattivi modi di essere donna, come se esistessero buoni e cattivi modi di essere femministe. Questo prima di tutto mette un’incredibile pressione sulle giovani (e non così giovani) donne che si considerano femministe ma che non sentono di avere il diritto, o le conoscenze, per rivendicarlo.

Allo stesso tempo, scoraggia e tiene alla larga le donne che potrebbero trovare attraverso il femminismo una via di fuga, una comunità, una narrazione, un discorso, e perfino un totem tramite il quale riuscire ad esprimere se stesse in modo chiaro.

C’è bisogno che le donne trovino un loro modo di partecipare come protagoniste attive nei momenti politici attraverso i propri strumenti e mezzi. Abbiamo bisogno di un femminismo più inclusivo che si muova attraverso diverse discipline, sfere e contesti, un femminismo che arrivi a tutte le donne indipendentemente dalla loro ideologia, razza, nazionalità, classe sociale, religione, genere e, in particolare, dalla loro istruzione.

C’è bisogno che le donne trovino un loro modo di partecipare come protagoniste attive nei momenti politici attraverso i propri strumenti e mezzi. Abbiamo bisogno di un femminismo più inclusivo che si muova attraverso diverse discipline, sfere e contesti, un femminismo che arrivi a tutte le donne indipendentemente dalla loro ideologia, razza, nazionalità, classe sociale, religione, genere e, in particolare, dalla loro istruzione.

Questo significa una piena e continua integrazione delle donne nella politica e nel dibattito politico, ma anche nella sfera popolare: abbiamo bisogno di un femminismo popolare che raggiunga tutta la popolazione e di un femminismo che permetta agli uomini di partecipare.

Nell’attuale congiuntura politica è fondamentale che il femminismo sia in grado di raggiungere la maggioranza delle donne in tutto il mondo. Per fare questo dobbiamo essere estremamente generose, aperte e flessibili nella nostra narrazione e nel nostro linguaggio, che deve essere capace di sfidare tutte le donne che si identificano in un discorso di cambiamento  indirizzato a loro e che le influenzi. È tramite il femminismo che tutte le donne possono ottenere l’emancipazione politica e personale. Dobbiamo quindi dare priorità alle sue capacità di raggiungere i propri obiettivi, per renderlo utile nel contesto in cui viviamo quotidianamente l’oppressione patriarcale. Un tale femminismo deve prendere in considerazione le donne migranti che vengono spesso dimenticate negli spazi e nel dibattito politico, riconoscendo le difficoltà che affrontano nel partecipare all’organizzazione politica e all’accesso agli spazi di discussione. Succede lo stesso con le donne di minoranze etniche, donne con disabilità e donne con minore grado di istruzione.

Il femminismo del ventunesimo secolo ha bisogno di essere quello che non fa distinzione tra gli attivisti e gli accademici. Deve essere pensato come una proposta delle maggioranze capace di connettere altre prospettive per raggiungere una trasformazione sociale e politica generalizzata. Viviamo in un periodo storico nel quale abbiamo bisogno di un femminismo trasversale, aperto e coraggioso, un movimento trasformativo per tutte e tutti. Ma per riuscire a fare ciò, per aumentare la sua portata, dobbiamo inserire il femminismo e i discorsi femministi nelle riviste tradizionali, nei video di Facebook, nei contatti Instagram.

Non possiamo permetterci di lasciare fuori donne come Beyoncé che ogni giorno fanno proprie le istanze femministe, scattando selfie e postando foto della Women’s March su Instagram, prendendo responsabilità e alzando la voce per una lotta comune. Le mobilitazioni delle donne che hanno avuto luogo nel 2017, sono solo alcune espressioni di un sentimento sociale e politico comune che sta crescendo nel mondo, cercando un modo per alzare la voce, con il fine ultimo di costruire un femminismo radicale che non significa altro che giustizia sociale e uguaglianza per tutte le persone.

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