Nuovo municipalismo in Europa: Laboratorio Berlino?

This post is also available in: Inglese

L’accordo programmatico – raggiunto la scorsa settimana tra SPD, die Linke e i Verdi per la nuova coalizione di governo nel Senat di Berlino – merita di essere letto in una più ampia prospettiva, cruciale per chi desideri una radicale trasformazione della società e della politica in Europa.

east-side-gallery-50730

versione integrale dell’articolo pubblicato da il manifesto

BEPPE CACCIA – Board European Alternatives

L’accordo programmatico – raggiunto la scorsa settimana tra SPD, die Linke e i Verdi per la nuova coalizione di governo nel Senat di Berlino – merita di essere letto in una più ampia prospettiva, cruciale per chi desideri una radicale trasformazione della società e della politica in Europa.

“Le nostre città dispongono delle conoscenze, del valore della prossimità e delle forze dell’intelligenza collettiva per affrontare problemi globali.” Così hanno dichiarato, alla conferenza UN Habitat svoltasi a Quito, Ada Colau, Manuela Carmena e Anne Hidalgo, le tre sindache di Barcellona, Madrid e Parigi. Chiedono che non siano gli Stati nazionali, ma le città a essere dotate delle risorse finanziarie e dei poteri necessari per poter rispondere a sfide quali le crescenti diseguaglianze sociali, la minaccia dei cambiamenti climatici, l’accoglienza di persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria.

Carmena e Colau sono state elette nel maggio 2015, grazie alla vittoria di “piattaforme cittadine” che combinano la spinta dei movimenti sociali con “vecchie e nuove” forze della sinistra, comunisti, ecologisti e Podemos. Questi nuovi governi municipali in Spagna sono, in sostanza, uno dei più significativi risultati del ciclo di lotte urbane per la democrazia e la giustizia sociale, che si è aperto a partire dalle “piazze” del 2011. E, a suo modo, la stessa sindaca di Parigi rappresenta un’anomalia politica all’interno del suo partito di provenienza, quei socialisti francesi sempre più invischiati, tra “stato d’emergenza” e riforma neoliberale del mercato del lavoro, in una fallimentare esperienza di governo nazionale, nel più generale declino delle socialdemocrazie europee.

Non a caso si parla oggi – riprendendo la formula di David Harvey – di “città ribelli”: nel Sud Europa, ma non solo, una politica alternativa di governo locale esprime oggi una possibile evoluzione delle lotte contro l’austerity, la precarietà e l’impoverimento di massa.  E si è rivelata antidoto efficace alla crescita aggressiva di destre populiste e nazionaliste, come il Front National o l’AfD, insomma alle pericolose derive dei trumpisti d’Europa.

È in questo quadro che bisognerebbe provare a collocare anche le potenziali conseguenze del voto del 19 settembre scorso a Berlino, che ha visto una consistente emorragia di voti dalle forze delle larghe intese (SPD e CDU) certo verso i populisti di destra, ma soprattutto a favore della sinistra. La crisi dell’ “estremismo di centro” neoliberista, la sua sconfitta elettorale proprio in quella che è de facto la capitale di un’Europa a trazione tedesca, esprime una valenza dirompente che non parla solo alla politica locale di una “città al centro del Brandeburgo”, ma manda un messaggio a tutto il continente.

Innanzitutto perché questa loro sconfitta è figlia dell’incapacità delle Große Koalitionen di dare risposte adeguate alle contraddizioni che attraversano i nostri contesti metropolitani, a otto anni dall’inizio della “grande crisi”: tagli al finanziamento delle autorità locali, privatizzazioni dei servizi pubblici, incentivi alla rendita parassitaria del capitalismo estrattivo (finanziario e immobiliare) si sono rivelati una “cura peggiore del male”, con devastanti effetti negativi proprio sulla qualità della vita e la coesione sociale delle nostre città.

Ma, al tempo stesso, la metropoli è lo spazio dei conflitti sociali più avanzati, dell’azione di molti che disegnano e praticano immediatamente alternative allo stato di cose esistenti, di espressione di una domanda inevasa di libertà ed eguaglianza. Da questo punto di vista la capitale tedesca non è seconda a nessun’altra metropoli europea e globale. Scriveva Mark Twain nel suo diario di viaggio del 1892: «A Berlino ho visto il futuro. È la città più nuova che abbia mai visitato. Al confronto Chicago sembra antica».

Certo, come Chicago alla fine del XIX secolo, Berlino è luogo di esclusione sociale e inclusione differenziale e gerarchica, dove ambirebbero a prender corpo le peggiori distopie del “capitalismo delle piattaforme” e i loro dispositivi di sfruttamento sregolato. Ma è anche innervata da un ricchissimo tessuto di lotte a difesa dei commons, per il “diritto alla città” come accesso a bisogni fondamentali quali l’acqua e l’energia, la casa e l’istruzione, spazio attraversato da una miriade d’iniziative di cooperazione solidale e produzione culturale, creativa e indipendente. È terreno di un cosmopolitismo conflittuale che non contempla compiaciuto la favola bella del “multiculturalismo”, ma combatte ogni giorno per strappare una nuova universalità di diritti, per tutte e tutti.

Insomma, per chi guarda la capitale tedesca dal punto di vista di un municipalismo che sia radicale e realista al tempo stesso, vi sarebbero tutte le condizioni per fare della nuova maggioranza di sinistra, che si appresta a governare la città, un vero e proprio laboratorio d’innovazione politica. Per dirla con Colau, Carmena e Hidalgo, a Berlino come altrove le “intelligenze collettive”, nei movimenti e nella sinistra, non mancano. Si tratterebbe di metterle al lavoro intrecciando in una dialettica aperta, al tempo stesso conflittuale e costituente, dinamiche sociali e azione istituzionale. E preparando la costruzione di alleanze tra città, a partire ad esempio da iniziative per l’accoglienza dei migranti o da campagne mirate a rompere la gabbia del debito e dei vincoli finanziari, che siano in grado di contribuire al rovesciamento di segno delle politiche oggi dominanti in Europa.

Share

Vuoi aiutarci a creare un'altra Europa?